CORTE DI CASSAZIONE 2026: L’ASSEGNO DIVORZILE CAMBIA PELLE, VALE IL SACRIFICIO NON IL LUSSO
L’assegno divorzile non è più lo strumento per “replicare” il tenore di vita matrimoniale: oggi la sua logica centrale è riconoscere e riequilibrare, quando provato, il costo personale di scelte familiari condivise che hanno penalizzato la crescita professionale di uno dei due.
Dal “tenore di vita” alla compensazione.
Il cambio di prospettiva è questo: la disparità economica tra ex partner, da sola, non basta. Diventa giuridicamente rilevante quando è la conseguenza di un progetto di vita comune, in cui uno ha assunto un ruolo endofamiliare “trainante” (cura della casa, figli, supporto organizzativo all’altro) sacrificando aspettative professionali e reddituali.
Le due funzioni dell’assegno
La Cassazione a Sezioni Unite del 2018 ribadisce una struttura “a doppio binario”.
- Funzione assistenziale: scatta se il richiedente ha mezzi inadeguati per una vita autonoma e dignitosa e non può procurarseli nonostante un diligente sforzo; in questo caso l’assegno non è parametrato al tenore di vita, ma al necessario per le esigenze esistenziali.
- Funzione perequativo-compensativa: opera quando lo squilibrio dipende da scelte di vita comune e dal sacrificio di aspettative professionali/reddituali, sacrificio che deve essere stato funzionale a dare un contributo apprezzabile alla vita domestica ed alla formazione del patrimonio comune o dell’altro.
Quando matura il diritto (il “nesso causale”)
Il punto che in pratica decide molte cause è il nesso causale: bisogna collegare la condizione economica deteriore di oggi a rinunce realistiche e apprezzabili fatte ieri per la famiglia (non a una generica “differenza di redditi”). In altre parole, non è “sei più ricco, quindi paghi”: è “sei più ricco anche perché io, per scelta condivisa, ho sostenuto la famiglia rinunciando a chances lavorative, e questo va compensato”.
Come si quantifica: non lusso, ma contributo e perdita.
Se viene riconosciuta la componente compensativa, l’assegno va parametrato al contributo dato dal richiedente alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio comune e/o personale dell’altro, non a vacanze, standard di consumo o stile di vita pregresso. La misura economica, quindi, tende a “misurare” il valore del lavoro familiare e della perdita di capacità reddituale autonoma, più che a fotografare la spesa storica della coppia.
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